CIAO CIAO AMORE MIO I CIELI BASSI DI VANCOUVER SI STENDONO SU DI NOI (appunti sparsi su Leonard Cohen)

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Avevo scritto questo testo come prefazione della ristampa italiana della raccolta di poesie di Cohen “Morte di un Casanova” (edito da Minimum Fax) e mi fa piacere condividerlo con voi. E come minuscolo ringraziamento per tutto quello che ha fatto.

Ciao ciao amore mio i cieli bassi di Vancouver si stendono su di noi.  (Appunti sparsi su Leonard Cohen e su questo libro.)
di Vasco Brondi

È strano per me scrivere un’introduzione, penso di avere sempre saltato tutte quelle che incontravo, e sono stato solo una volta nello stesso luogo nello stesso momento di Cohen e lui non mi ha neanche visto.

C’è un dolce profumo da due soldi nell’aria, del quale lui è in parte responsabile.

Eravamo a Marsiglia, era il giorno del suo settantaseiesimo compleanno. E anche se mi vedeva non gli cambiava niente.
Lui che ha passato la maggior parte degli anni Novanta in un monastero buddista mentre fuori usciva In Utero dei Nirvana, con una canzone che diceva «Give me a Leonard Cohen afterworld / so I can sigh eternally».
Il giorno prima ero a Milano in una notte infinita dove per caso ho incontrato tutti i miei amici che non vedevo da molto tempo e siamo stati in giro fino a mattina e solo la mattina mi sono accorto di avere perso tutto. Tutti i miei possedimenti terreni e anche alcuni di quelli spirituali e il giorno dopo dovevo guidare fino a Marsiglia dove avrei incontrato C., che viveva in Francia in quel periodo, e poi dovevamo incontrare per la prima volta Cohen.

Cohen e il suo modo di suonare la chitarra. Cohen che ha preso quattro lezioni da un chitarrista di flamenco che alla quinta lezione non si è presentato perché si era suicidato. Cohen che ha scritto la maggior parte delle sue canzoni basandosi su quanto aveva imparato in quelle prime quattro lezioni.
Quella mattina Enrico mi ha chiamato un taxi ma nessuno si ricordava dov’era la mia macchina e l’ho cercata con l’incredulo tassista. Mi erano rimasti solo l’iPod e la chiave della macchina e sono partito per Marsiglia. Mi sono fermato stremato a Ventimiglia, ho preso un’aspirina, deciso di abbandonare la macchina e di continuare in treno, sarei arrivato appena in tempo per l’inizio del concerto.

Diremmo piuttosto che egli ha disperso il cuore mettendo tutti a disagio.

Adesso sono a scrivere la prefazione di questo libro in volo tra New York e San Francisco, di questo libro di trascrizioni e descrizioni, di momenti transitori che vengono trasformati in piccole eternità.
Questo libro non abbastanza lineare in America era sparito dalle librerie per parecchi anni. Ne ho trovato una copia a fatica a New York in una recente ristampa con copertina funerea e strani caratteri che mi sognavo di notte.
Questo libro che è una lunga lirica lezione di anatomia, di attrazione di corpi. Di matrimoni impossibili ma fattibili. Di poesie accantonate perché nel frattempo Cohen aveva iniziato a scrivere canzoni, più redditizie e soddisfacenti dei suoi primi tre libri di poesie sconosciute e invendibili, che non erano mai riuscite ad uscire dal Canada.
Cohen e Let Us Compare Mythologies, Flowers for Hitler, The Favourite Game, Beautiful Losers e il cervello sovrautilizzato di cui parlava in una poesia.

Cohen che diceva: «Dicono che conosco solo tre accordi, non è vero, ne conosco cinque».

Speravo anche di incontrare sue tracce a New York, ma New York tende a cancellare le tracce precedenti, tutto si concentra sul presente e sul futuro e non c’è nostalgia e non c’è neanche cinismo e ironia verso chi progetta strutture e sogni continui campati in aria. Non c’è più la sua camera del Chelsea Hotel, dove stava quando non era a Montreal o su un’isola greca.

Ho abbassato lo sguardo sui suoi capelli mentre lei mi si accoccolava alla spalla come un calcio di fucile.

Ogni tanto solo mi sembrava di vedere passare quel famoso cappotto blu addosso a qualcuno o di vedere i suoi personaggi religiosi e i suoi criminali. L’Antica Città di New York è ancora fredda anche di primavera e sembra perfetta per quelle sue ballate nere, le relazioni brevi e infinite.

ed ero destinato a finire congelato accanto a te.

Alla fine sono arrivato alla stazione di Marsiglia e ho aspettato C. sull’ultimo gradino guardandomi intorno, cercando di tenere gli occhi aperti nonostante l’hangover e il vento. In metro abbiamo raggiunto l’auditorium un po’ fuori città e c’era silenzio, un silenzio sospetto e nessuno in giro. Il concerto era già iniziato da qualche canzone.
Siamo entrati per ultimi, ci siamo seduti in ultima fila, ai due lati del palco due schermi con le parole delle canzoni tradotte in francese. Cohen era elegante e minuscolo visto dalla nostra postazione.
Mi sono rimaste impresse solo le canzoni in cui suonava da solo o quelle in cui suonava la chitarra invece di cantare soltanto. Certi impercettibili errori che commetteva mi raggiungevano più fortemente di tutto il resto.
Al ritorno dall’auditorium la metropolitana era chiusa e quindi c’era questa folla assolutamente eterogenea che non sapeva cosa fare. Qualche migliaio di francesi che aspettavano autobus che non arrivavano, che chiamavano taxi che non rispondevano. Alla fine siamo tornati camminando, forse avremmo litigato se non fossimo stati all’aperto.

Arrivata a casa appuntò un nastro azzurro nel risvolto della mia giacca a vento, vicino a dove dovrebbe esserci il cuore.

C. aveva trovato una stanza nella zona più economica e pericolosa di Marsiglia, i gestori dell’ostello ci consigliavano un tragitto per tornare a casa di notte e ci dicevano una cosa strana: «Più macchine passano meglio è, più è grande la strada meglio è». Qualcosa del genere. Marsiglia la vedremo domani, ci siamo detti.

Cose così erano molto più interessanti dieci anni fa con l’acido.

In quei giorni C. mi aveva spedito una foto di Cohen che ci faceva ridere, aveva suonato anche in piazza San Marco a Venezia due anni prima ma non eravamo riusciti ad andarci. Era tornato in tour perché in qualche modo la sua manager aveva indebitamente speso quasi tutto il suo patrimonio.
In questa foto recente lui è su una roccia, su un’altura, con un sorriso leggero che ti rivolta contro tutta la sua gravità. Come quando parte «Suzanne» in mezzo a Breaking the Waves di Lars Von Trier.

Non fidatevi di quello che esce da Montreal, specie d’inverno. È una forza che corrode qualsiasi istituzione umana. Farà crollare qualsiasi cosa.

Nella foto ha una lunga tunica nera che gli lascia scoperte solo le caviglie magre e un paio di vistose e ultramoderne Nike da trekking. Amo quella foto, è quanto di meno glamour e meno da «artista maledetto» si possa vedere in giro. È più che altro reale. Cohen sorride, guarda in alto. Un momento di equilibrio impossibile, di armonia irraggiungibile tra le polarità che ci compongono. I suoi lineamenti tracciati da decenni di pensieri, dagli anni a suonare e scrivere e dagli anni a non suonare e non scrivere, dalle sostanze, dall’aria aperta, dagli anni di concerti e dagli anni senza concerti, dai cieli canadesi, dalle camere di New York e dalla meditazione. La sua faccia, una tunica religiosa e delle scarpe da trekking.

Misteriose quartine dagli Appunti nelle quali egli cerca di implorare pace.

Adesso, in volo, guadagnando altre tre ore di fuso orario dalla città in cui sono cresciuto, ascolto Old Ideas, il suo ultimo disco, le belle lunghe canzoni terminali che parlano di amore, di morte e di essere senza paure, sempre con un’inspiegabile spensieratezza sotto. Cohen in piedi sotto a una grandinata di polvere di marmo. E rileggo questo libro di frammenti tenuti assieme da un suo strano improbabile commentario che disperatamente e ironicamente cerca di incollare pezzi di vetro di diversi colori, e alla fine ne esce una di quelle enormi finestre variopinte che ci sono nelle chiese e la tempesta al rallentatore della sua assenza.
Anche a Marsiglia con il vento trentatré anni dopo, in un tour rimandato. Quanto è importante diventare immortale come i suoi primi tre album quasi uguali del ’68, del ’69 e del ’71, mi chiedevo. E pensavo al suo cuore da traduttore, come lo chiama in questo libro. Alla fine si tratta di decodificare e rendere universale tutto quello che non si può spiegare.

Lei mi oltrepassa come una creatura cieca, un salmone o una tartaruga marina, e io sono paesaggio e acqua, che procede in direzione opposta.

Cohen e le sue religioni, ebraismo e buddismo. Tutte e due.
Cohen dal suo osservatorio in Canada, dal suo osservatorio mobile in camere d’albergo in Europa, dal suo osservatorio in un monastero buddista da qualche parte negli Stati Uniti. Da una grande piazza a Venezia, da un auditorium a Marsiglia con una band standard e tre coriste che mi mettevano in imbarazzo.

O mio nemico, per quanto ancora mi giudicherai dal tuo piccolo mucchio di merda?

Cohen tra Montreal e un’isola greca.
Cohen e Gerusalemme sempre presente e sempre lontanissima.
Cohen e l’Italia, la stanza a Roma con Patricia, due persone importanti incontrate a Milano, una morta e una viva.
Cohen che in questo libro è sempre da un’altra parte.
Questo libro di immagini pornografiche e liriche. Il corpo, lo spirito e un luogo geografico. Tutte cose da scegliere, tutte decisioni da prendere. E parole che ci faranno sospirare eternamente.

 magnifico spettacolo un uomo che sa dove sta andando.

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